Il nuovo fronte del porto

Ieri i giornali italiani hanno scelto una soluzione pigra. Alla notizia che due sottomarini russi hanno bordeggiato il lato est degli Stati Uniti, al largo, nelle acque internazionali, hanno ritirato fuori la Guerra fredda, freddissima, o almeno il suo annuncio refrigerante in mezzo all’afa agostana delle redazioni senza vere notizie.
20 AGO 20
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Ieri i giornali italiani hanno scelto una soluzione pigra. Alla notizia che due sottomarini russi hanno bordeggiato il lato est degli Stati Uniti, al largo, nelle acque internazionali, hanno ritirato fuori la Guerra fredda, freddissima, o almeno il suo annuncio refrigerante in mezzo all’afa agostana delle redazioni senza vere notizie. “La grande caccia all’Ottobre rosso”, “Il Pentagono in allerta”, “Intercettati nell’Atlantico”. Il Pentagono, in realtà, ridacchia sotto i baffi. Mentre i due sottomarini anzianotti, classe Blackjacks, sopravvissuti ai progettisti sovietici, fanno ancora adesso rotta verso le acque del Venezuela caraibico e socialista, il segretario alla Difesa Bob Gates ha detto di avere inviato una pattuglia di caccia americani a sorvegliarli diligentemente dal cielo: “Nel caso affondino”.
Da tempo in mare l’avvistamento più temuto non è più una coppia clandestina di sottomarini di Mosca. Piuttosto è la presenza sopra il pelo dell’acqua di una flottiglia di pescatori di Pechino. C’è poco da ridere. A marzo cinque pescherecci hanno circondato la Us Impeccable, una nave della marina degli Stati Uniti, 3.000 tonnellate di stazza, impegnata nella sorveglianza antisommergibile nel Mar Giallo. Infischiandosene della differenza di dimensioni, tonnellaggio e armi, i cinesi vocianti hanno subito “attaccato” con manovre aggressive. Hanno imitato ogni virata della nave militare, l’hanno stretta, l’hanno puntata, si sono fatti sotto fino a 15 metri di distanza, e poi a soli sette, una quasi collisione in mare. I militari americani hanno suonato le sirene, hanno acceso i riflettori, hanno spazzato le tolde “nemiche” con gli idranti. I marinai cinesi si sono semplicemente spogliati e hanno continuato a fare quello che stavano facendo: urlare come indemoniati nei megafoni, sventolare le bandiere rosse e zuppe della Repubblica popolare e intimare agli americani di lasciare l’area. In due mesi, nelle acque internazionali vicino alla costa della Cina, è già successo cinque volte. A maggio è dovuta intervenire una nave militare cinese, di solito la marina tiene d’occhio con discrezione le unità americane, per difendere la Us Victorious dalla torma furiosa. Ma non fatevi ingannare: è una strategia studiata a tavolino. Yi rou ke gang. Opporre la gentilezza alla durezza. Mandare i pescatori contro le navi da guerra scomode.

Otto milioni di marinai. Trecentomila pescherecci
. I cinesi sono diventati la nuova infestazione nautica, il problema diplomatico ricorrente, l’invadente imbarazzo dei mari. L’Indonesia ha sequestrato otto vascelli da pesca cinesi con 75 marinai. Il Giappone manda navi da guerra ed elicotteri, assieme a flottiglie di pescatori nipponici esasperati, per tenerli a distanza. Lo stesso nelle Filippine e nel Vietnam. Pechino ha anche una “Flotta per la pesca distante”. I pescatori somali, impotenti e rassegnati davanti allo strapotere cinese che arriva da lontano, si sono riciclati in pirati, una spiegazione ormai data per ufficiale nel Golfo di Aden. Il Camerun ha emesso un divieto contro la flotta, e quella lo viola. I pescherecci cinesi solcano allegramente anche le acque da Terza guerra mondiale tra Corea del sud e Corea del nord, e finiscono regolarmente sequestrati da entrambi i governi. Soltanto in rare occasioni spariscono: quando la tensione tra i due arcinemici è al culmine, e tutto sembra a un minuto dallo scoppio della guerra, e infatti gli analisti d’area tengono d’occhio che cosa fanno i pescatori cinesi perché sono un indicatore sicuro di che cosa sta per succedere.
Persino il politburo a Pechino, che in diplomazia non è mai stato timoroso, incomincia a preoccuparsi del nazionalismo ittico. Un rapporto recente dice: “Nonostante abbiamo sottoscritto accordi di pesca con tutte le nazioni vicine, il numero di incidenti sta crescendo senza sosta… qualche nazione manda persino navi da guerra, a urtare e affondare i nostri pescherecci”.
Gli analisti si agitano. A parte le ovvie implicazioni economiche – se ogni cinese si affeziona all’idea di poter comprare pesce, buona insalata a tutto il resto del mondo – l’espansionismo in stivaloni di gomma potrebbe essere una mascherata a fini militari. I pescatori cinesi sono già integrati in una milizia marittima che al momento opportuno potrebbe traghettare le truppe le truppe attraverso lo Stretto di Taiwan oppure dare tregua ai merluzzi per andare a spargere mine in acque lontane.